domenica 23 ottobre 2011

Dal giornalismo alla divulgazione: come e perché si comunica la scienza (1° parte)


Giornalista scientifico e divulgatore scientifico: due figure confrontabili e talvolta parzialmente sovrapposte ma non per questo identiche, troppo spesso confuse fra loro nell’immaginario non soltanto del grande pubblico ma, si constata talvolta, anche di taluni addetti ai lavori. Diversi per formazione, per intenti, per priorità e per metodi, anche nel caso in si trovino, eventualmente, a parlare del medesimo argomento. E poi ancora,
formatori, informatori, insegnanti ed esperti di didattica.
Questo intervento in due parti prova a riassumere in poche battute uno degli argomenti di discussione e di dialogo più vivaci in seno all’Associazione Culturale Chimicare.

(per leggere l'articolo in forma integrale si rimanda alla sua pubblicazione su chimiCOMPRENDE, risalente a giugno 2011)


ANALISI DEI TERMINI (oltre la definizione da dizionario)

Comunicazione
Il termine “comunicazione” sta indubbiamente gerarchicamente al di sopra di tutti gli altri
dell’elenco, in quando indica l’atto stesso della relazione, diretta o indiretta, fra due o più soggetti instaurata allo scopo di trasmettere, in modo mono-, bi- o polidirezionale dei contenuti, siano essi informazioni, opinioni, semplici emozioni o altro.

Informazione
Al di la’ del significato del termine “informazione” in qualità di sostantivo, l’azione informativa
punta ad trasferimento, in linea di principio senza interferenze di giudizio da parte dell’informatore (che vadano al di la della scelta di quali informazioni trasmettere e quali no) di dati e contenuti fattuali in genere. L’informazione contribuisce alla crescita del bagaglio di conoscenze del soggetto ricevente, anche se questi può eventualmente trovare difficoltà nella loro organizzazione e nella loro percezione d’insieme, nonché nel ricorso ad esse in sede applicativa o di giudizio.

E’ per questo che la comunicazione puramente informativa può avere senso solo su soggetti già in qualche modo formati sulla tematica generale e, più in generale, che abbiano goduto di un seppur minimo percorso educativo.
Per quanto l’obiettività e l’oggettività effettiva dell’informazione costituisca spesso un terreno di
dibattito, il fatto che essa dovrebbe almeno in linea teorica riferirsi a fatti (anche il metterti a conoscenza del “fatto” che questa e’ la mia opinione su un certo argomento e’ di per sé stesso un atto informativo), credo non venga messo in dubbio da nessuno.
Almeno in linea di principio, l’atto dell’informare dovrebbe essere caratterizzato da oggettività, obiettività e dall’assenza di una finalità formativa o peggio ancora educativa: l’informazione come atto comunicativo e’ infatti destinato ad un pubblico già formato
nella disciplina in questione, con alle spalle un percorso anche di tipo educativo, che dovrebbe possedere tutti gli strumenti idonei per ricevere, organizzare, valutare criticamente ed infine utilizzare proficuamente l’informazione ricevuta. Si parla di informazione, ad esempio, quando un adulto di media cultura accede in qualità di spettatore alla trasmissione di un notiziario radio-televisivo, oppure quando un medico riceve nel suo studio gli informatori scientifici del farmaco per apprendere le novità del settore.

Formazione
Riallacciandosi al termine stesso, possiamo in qualche modo vedere nella “formazione” la creazione di un contenitore o, appunto, di una forma, la “forma mentis” adatta e predisposta ad accogliere ed organizzare nel modo più corretto le informazioni ricevute e a comprendere in modo effettivo (e non semplicemente ad assorbire in modo mnemonico) i paradigmi che stanno alla base di ciascuna disciplina.
La formazione risulta essere un’azione per certi versi complementare a quella dell’informazione, in quanto a differenza di quest’ultima punta più allo sviluppo delle competenze che non delle conoscenze specifiche. Un’adeguata formazione ha la finalità di consentire al formato di pervenire ad una visione generale ed unitaria, con eventualmente capacità di applicazione e di giudizio critico, non solo delle conoscenze trasmesse contestualmente all’azione formativa, ma anche di
quelle pregresse o che arriveranno in seguito da altri rapporti di comunicazione.
La formazione viene erogata solitamente sotto forma di corsi, che possono coincidere con il percorso scolastico o essere successivi ad esso, e si avvale almeno in parte di strumenti didattici.

Educazione

L’educazione e’ da intendersi non soltanto come un sotto-caso della comunicazione, ma come un approccio relazionale specifico, avente ben precise finalità “strategiche”, in primo luogo quello di contribuire alla crescita della persona, in termini non soltanto di conoscenze e competenze, ma anche di giudizio etico, di autocoscienza e di sentimento sociale. La finalità educativa riveste attualmente un ruolo importante, almeno nel nostro paese, soprattutto nei percorsi scolastici della scuola primaria e secondaria, ovvero all’incirca fino alla maggiore età dello studente.

Didattica
La didattica può essere intesa come la tattica applicata al piano strategico di tipo primariamente educativo, e solo secondariamente di tipo formativo o divulgativo. Se l’educazione, con le sue finalità, può essere pianificata in modo più o meno consapevole ed esplicito sul piano filosofico, politico, sociale e talvolta persino teologico, la didattica e’ fatta da scelte, decisioni pragmatiche ed azioni specifiche che cadono maggiormente sotto i campi di pertinenza di pedagoghi, psicologi ed insegnanti in senso lato.


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